Nei dintorni di Piacenza: “Veleia”

Resti Archeologici Veleia

A Veleia troviamo l’Aantiquarium e i resti della città romana. L’antiquarium è aperto dal 1975, nella palazzina fatta costruire, come sede della Direzione degli scavi, dalla Duchessa di Parma, Maria Luigia. Ospita testimonianze di Veleia  preromana e romana e illustra, con un adeguato apparato didascalico, aspetti della cultura artistica e materiale della città romana.

Sorta nella valle del Chero alle spalle della colonia di Piacenza, nel territorio già della tribù ligure dei “Veleates”, diviene municipio, capoluogo di un vasto territorio montano, nell’ultimo secolo della repubblica.
L’esplorazione del luogo ha inizio nel 1760, a seguito del ritrovamento fatto casualmente della Tabula alimentaria traiana, la più grande iscrizione su bronzo nota di tutto il mondo romano, testimonianza, databile agli inizi del II sec. d.C., dell’ “Istitutio alimentaria” di Nerva e Traiano.
La Tabula, esposta nella basilica, pubblicizzava i nomi di propietari fondiari veleiati e di territori confinanti, che, ipotecando i propri terreni, beneficiavano di un prestito imperiale, il cui reddito era impiegato per il mantenimento di fanciulli poveri.
L’abitato – in cui si riconoscono diverse fasi edilizie – si distribuisce su una serie di terrazze.
Del foro, augusteo-giulio-claudio, circondato su tre lati da un portico, su cui si aprono “tabernae”, si conserva quasi intatta la pavimentazione in lastre d’arenaria. Il lato meridionale è chiuso dalla basilica, che ospita dodici statue in marmo raffiguranti membri della famiglia imperiale giulio-claudia; su quello opposto si apre un ingresso monumentale. Tra i monumenti veleiati, conservati dal ‘700 a Parma, spicca un ritratto in bronzo di giovane donna, la stessa “Baebia Basilla” cui si deve la costruzione del portico. Sostenuta da provvidenze imperiali, la fortuna del centro deriva forse originariamente dallo sfruttamento della locale disponibilità di sale. Ed è probabilmente una conserva d’acqua la costruzione a pianta circolare situata a monte del foro, deformata da un movimento franoso e dall’Ottocento restaurata e interpretata come un anfiteatro.
Lento il declino della città, frequentata, tuttavia, sino al V sec. d.C. Ormai scomparsa, verrà ricordata nei documenti medioevali come “Augusta” – o, nella forma parlata, “Austa”, un nome con cui la indicano già alcune iscrizioni d’età imperiale (CIL XI, I, 1192, 1225), lo stesso che distingue, fuori dal linguaggio ufficiale, un nucleo romano in un contesto mai pienamente romanizzato.

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